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Ricerca e innovazione in Italia: dalla relazione del CNR al rischio recessione

da | Feb 18, 2019 | Social Innovation

La “Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia”, redatta dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, fornisce agli organi di Governo e all’opinione pubblica le analisi e i dati di politica della scienza e della tecnologia.

A curare il documento è il Dipartimento di scienze umane e sociali, patrimonio culturale (Dsu) del CNR e a coordinare i lavori sono Daniele Archibugi e Fabrizio Tuzi, secondo i quali “la comunità scientifica lamenta la scarsità di risorse a propria disposizione, mentre decisori politici e opinione pubblica sono sempre più esigenti e si domandano in che misura la scienza e la tecnologia contribuiscano allo sviluppo economico e sociale del paese. In tale scenario, la Relazione intende offrire alcuni dati su cui ragionare e tenta di tradurre le statistiche in implicazioni per le politiche per la scienza, la tecnologia e l’innovazione: un lavoro non banale né immediato”.

Il rapporto tra spesa per Ricerca&Sviluppo e PIL, in Italia, è passato dal’1% del 2000 all’1,3% del 2015, ma non basta: siamo ancora in fondo alla classifica dei paesi europei. La spesa per Ricerca&Sviluppo, finanziata dal Governo in percentuale al Pil, è stazionaria e di poco superiore allo 0,5% del PIL. Anche gli stanziamenti del MIUR agli Enti Pubblici sono calati, passando da 1857 milioni nel 2002 a 1483 milioni nel 2015; il CNR ha subito una flessione, con investimenti ridotti da 682 milioni a 533 milioni.

In un quadro apparentemente sconfortante, il sistema italiano della ricerca mostra segni di vitalità: dal 2000 al 2016 l’Italia è infatti passata dal 3,2% al 4% di contributo alla letteratura scientifica internazionale (raggiungendo la Francia). Il dato risulta ancor più apprezzabile perché i paesi occidentali stanno subendo una riduzione di questa quota in seguito all’imposizione dei paesi emergenti nel panorama scientifico.
La posizione italiana migliora anche in altri settori:
• Biologia, dove cresce dal 3,7% del totale mondiale del 2000 al 4,5% del 2016;
• Psicologia, passando dall’1,7% al 2,9%;
• Scienze della terra (dal 3,6% al 4,9%).

La qualità di queste pubblicazioni è in aumento dal 2000 a oggi: l’Italia ha raggiunto Germania e Francia ed è molto vicina al Regno Unito.
A preoccupare sono i segnali sulla crescita del personale di ricerca, che appare moderata, e la diminuzione dei dottori di ricerca (da 10mila del 2007 a 8mila nel 2016). Dati positivi si riscontrano invece sui brevetti: sono in aumento quelli depositati da autori e imprese italiani, ma non ancora sufficienti a tenere il passo con la tendenza a proteggere di più le innovazioni industriali. Tra i settori di punta, dal punto di vista brevettuale, troviamo l’ingegneria meccanica che con il 42% delle domande registrate presso l’Ufficio Europeo diventa il settore con la crescita più marcata.
Per quanto riguarda le registrazioni di opere di design industriale presso l’UE siamo secondi solo alla Germania.
È confermata la specializzazione produttiva italiana nei settori ad alto contenuto di conoscenza e connessi ai settori tipici del Made in Italy, ma che non ricavano il loro punto di forza dalla ricerca scientifica e tecnologica.

Nel commercio ad alta tecnologia, l’Italia resta sotto il 2% delle esportazioni high-tech mondiali.
Anche il mercato farmaceutico è in flessione: la quota di mercato dell’Italia sulle esportazioni mondiali passa infatti da più del 6% conseguito nel 2000 al 4% del 2016. Cresce invece quella sulle esportazioni mondiali nell’automazione industriale, che passa dal 4,5% al 6,8%.
Per Archibugi e Tuzi, “l’analisi combinata dei dati concernenti input (la spesa per R&S) e output (pubblicazioni scientifiche, brevetti, commercio hi tech) mostrano la necessità del sistema-paese di valorizzare e moltiplicare meglio l’impatto delle limitate risorse”.

L’Italia deve perciò elaborare una strategia di smart specialization in cui le risorse disponibili siano destinate a settori strategici, partendo dalle competenze disponibili e innestandosi nel settore produttivo.
Alla luce dei dati Istat che, con la stima preliminare, hanno certificato una flessione dello 0,2% del PIL italiano nel quarto trimestre, bisogna trasformare l’innovazione in una risorsa affidabile e strategica. Per rimanere al passo con un mondo in continuo mutamento, l’innovazione deve divenire una competenza fondamentale, capace di arginare la recessione e avviare nuovi processi di crescita attraverso la comprensione del presente e la pianificazione di un futuro più smart, più social e più sostenibile.